“La Russia non onora i suoi eroi. È triste, ma è così”. Questa citazione, contenuta nel libro ”Una madre”, è di Vera, figlia di Anna Politkovskaja considerata la giornalista più scomoda di Russia. 

Vera decide di scrivere questo libro per ricordare la morte della madre, raccontando gli avvenimenti così come sono accaduti, evitando in questo modo che le persone creassero intorno alla sua figura miti che non corrispondessero alla realtà.

Era il 7 ottobre 2006 quando Vera ricevette la terribile notizia: sua madre era stata uccisa.

Non importa quanto si fosse preparata, a perdere una madre in quel modo non ci si rassegna.

Anna, sostiene Vera, non era stata una madre sempre presente, sia a causa del lavoro impegnativo che la teneva lontana, sia per il suo essere una donna esigente, con se stessa innanzitutto e di conseguenza con gli altri, familiari e amici compresi.

La sua dedizione al lavoro la condurrà però alla morte. Il suo volere sempre raccontare la verità sarà la sua stessa condanna in un Paese dove chi dice la verità paga: con la libertà o con la vita.

Come disse il filosofo francese André Glucksmann, ricordandola: “Anna Politkovskaja era sensibile al dolore degli oppressi, incorruttibile, glaciale di fronte alle nostre compromissioni. E’ stata, ed è ancora, un modello di riferimento. Ben oltre i riconoscimenti e la carriera: la sua era sete di verità e fuoco indomabile”.

Inoltre era sola, profondamente sola ed emarginata dalle autorità e dagli stessi cittadini che la ritenevano “la pazza di Mosca” perché parlava di crimini efferati e rivelava il vero volto del governo russo, recando così fastidio alle autorità. 

Tra i vari crimini da lei trattati, ciò che procurò maggiori problemi al governo fu il suo interesse nei crimini ordinati da Putin durante l’offensiva contro la Cecenia separatista.

Anna Politkovskaja annottava ogni cosa, «tutti i particolari che posso», documenti, drammi di madri a cui avevano ucciso figli innocenti – «madri considerate fortunate quando riottengono il corpo del loro figlio. Pazienza se è deturpato, se lo hanno crivellato di colpi», scriveva riportando con precisione le loro accuse e richieste di giustizia con la speranza di restituire loro la dignità, il rispetto calpestato, un anelito di vita. Lo scopo dei suoi scritti era quello di creare delle prove per incriminare i responsabili di quella guerra «che annienta quanto c’è di vivo nell’anima di chi è ancora vivo».

Purtroppo non riuscì a portare a termine questo obiettivo prima del suo omicidio, il governo era riuscito a tapparle la bocca.

La sua storia, insieme a quella di molti altri giornalisti, è un esempio di violazione dell’ articolo 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”

Questo articolo sancisce la libertà di parola e di stampa, ciò significa che nessun cittadino italiano può essere perseguitato per aver reso pubbliche le proprie idee.

Non c’è democrazia senza libertà di manifestare le proprie opinioni, ma prima è necessario avere la possibilità di creare quest’ultime. Dato che ciò avviene soprattutto attraverso i mezzi di informazione è essenziale che essi non siano concentrati nelle mani di pochi.

L’articolo 21 si preoccupa in particolare di garantire la libertà di stampa, abolendo i controlli polizieschi di epoca fascista. Essa consiste nella libertà di diffondere notizie, giudizi, opinioni per mezzo di libri e giornali o di altri organi di informazione quali, come citato precedentemente, radio, televisione e Internet.

Roberto Benigni, nel suo monologo in apertura al Festival di Sanremo, decide di parlare proprio di questo articolo: «L’articolo 21 è della Costituzione il mio preferito e il più importante: il pilastro di tutte le libertà dell’uomo. L’articolo 21 ci ha liberati dall’obbligo di avere paura». A volte può sembrare scontato, ma non lo è proprio perché se l’hanno scritto ce n’era bisogno. Tanto è vero che non sempre viene rispettato, sia nel corso della storia che ai giorni nostri, ci sono svariati esempi  che lo confermano, come la storia stessa di Anna Politkovskaja.

Sono passati ormai cinque anni dalla morte di Anna Politkovskaja, ma il suo coraggio continua a vivere. Pur di raccontare ciò che ha visto, la giornalista russa ha sacrificato la sua vita. Oggi, in un momento tanto difficile per l’informazione, la sua figura ci ricorda che il diritto di sapere dipende dal dovere di informare. La giornalista è un simbolo che deve aiutarci a non rassegnarci al bavaglio.

A cura di: Sara Donnarumma, Alessandro Serrapica e Anna Staiano